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http://file3.status.net/i/identica/-20120130T110222-afbc825.html

http://file3.status.net/i/identica/-20120130T110222-afbc825.html

Ho aperto questo libro e mi sono trovato di fronte questa decina di righe:

"Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli starnuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde."

Come non rimanere inchiodati a queste parole, che con la loro armonia e i loro infiniti rimandi, condensano già l'essenza del libro (oppure un altro testo, una poesia forse)? E così ho continuato a leggere restando incantato dalla musicalità e dalla serenità del testo (in mezzo alla morte, al disastro, al caos, queste parole fermano il momento e lo rendono sereno, pulito). Che a leggerlo potresti seguire anche solo la sua melodia dimenticando che si sta parlando della sfortunata campagna di Russia e del ritorno a casa, alla propria "baita".
Ho letto che Vittorini costrinse Rigoni Stern a un'infinità di riscritture, per ripulire il testo da tutte le imperfezioni e renderlo  una superficie piana e necessaria, come fa la neve quando cade copiosa sul terreno accidentato, che sembra che è tutto piano anche se cela dei fossi sotto la sua superficie, e come forse doveva sembrare la neve della steppa agli alpini che cercavano di tornare a casa.
I maligni dicono che alla fine è merito di Vittorini se Il sergente ebbe successo. Non mi interessa. Rimango solo stupefatto da questa sua armonia minima e dalla profonda umanità che trasmette quando lo leggi, dal modo in cui tratta il sergente, appunto, nella neve, i suoi commilitoni, i russi nemici ma, prima di tutto, esseri umani e quindi fratelli.

Nella versione de Il Sergente che ho  letto c'era, poi, una raccolta di racconti intitolata Ritorno sul Don. Se Il sergente nella neve rappresenta il ritorno in Italia dalle sponde del Don, questi racconti mettono in scena il luogo di partenza - le alpi italiane - e la marcia di avvicinamento al grande fiume russo. I racconti sono stati scritti molto dopo, nel '73, ma contengono lo stesso tesoro di concisione, attenzione per il dettaglio naturale, per l'uomo, per le sue azioni.

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